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Napoleone in Italia

L'arrivo del generale in Italia

I l 15 maggio 1796, il generale Bonaparte entrò in Milano a capo di quella giovane armata che aveva varcato allora il ponte di Lodi e mostrato al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore. I prodigi di genio e di ardimento cui l’Italia assistette nel giro di pochi mesi ridestarono un popolo addormentato (…) La partenza dell’ultimo reggimento di Casa d’Austria segnò la fine delle antiche idee: rischiare la propria vita diventò di moda; fu chiaro che per essere felici, dopo secoli di sensazioni avvilenti, bisognava amare la patria con amore sincero, e cercare di compiere azioni eroiche.

Stendhal, La Certosa di Parma.

T

utto cominciò nella primavera del 1796: quella stagione, simbolo delle cose che si rinnovano porta i segni della grande avventura politica e militare che fu l’arrivo in Italia di un giovane generale di ventisei anni.

Quella che inizialmente doveva essere solo un’azione militare per rendere sicuri i confini sud orientali della Francia, si trasformò ben presto in una tempesta politica e culturale nell’Europa del tempo e l’Italia fu il primo paese del continente dove germogliò il frutto di un albero fino allora sconosciuto, mai visto prima: l’Albero della Libertà. E il vettore di questo insolito albero fu Napoleone Bonaparte.

Il legame costante fra le vicende francesi e quelle italiane, a partire dal cosiddetto «triennio rivoluzionario» (1796-1799) sino al definitivo tramonto della stagione imperiale nella nostra penisola (1814) con il dispiegarsi della Restaurazione e dei primi bagliori del movimento che avrebbe condotto al Risorgimento (1816-1821), spiega la ragione di un’attenzione durevole da parte della nostra storiografia verso la stagione napoleonica all’interno della cultura politica, giuridica e amministrativa italiana dall’Ottocento sino ai giorni nostri.

Tutto ciò accadde senza, però, dimenticare che gli esiti di quella grande costruzione istituzionale, territoriale e militare fossero non di rado dissimili, quando non diametralmente opposti, dalle conseguenze che sarebbero invece nate sul suolo francese. Momento di grande importanza nella maturazione della coscienza nazionale e del sentimento patriottico risorgimentale fu l’esperienza di coloro che dal 1796 al 1814 parteciparono alle campagne napoleoniche. Gli anni trascorsi a combattere sotto il tricolore mutarono profondamente il modo di pensare di quei giovani – provenienti da ogni parte d’Italia – che, accomunati dal cimento bellico, impararono a superare le barriere localiste e a desiderare l’esistenza di una patria comune.

Sulla scorta di quel tricolore che da «imitazione del francese» – come disse Carlo Cattaneo – divenne «nuova bandiera di nazione, palladio perpetuo di fratellanza pensante e militante».
In questa prospettiva la storiografia ha progressivamente messo in luce quanto l’età napoleonica abbia rappresentato non soltanto il punto di partenza di un rinnovamento istituzionale stricto sensu e della costruzione di una coscienza nazionale, ma costituisce in particolare l’avvio di quel processo di trasformazione culturale a tutto tondo che avrebbe innervato, pur fra contrasti e resistenze, la successiva vicenda di unificazione nazionale, comprendendo nel proprio divenire la riflessione e i mutamenti di quegli stessi ordinamenti giuridico-amministrativi che formano il soggetto delle nostre contemporanee istituzioni. La riforma del sistema giuridico introdusse chiarezza e semplicità delle norme e pose le fonti del diritto civile attuale. Il Codice – in particolare – costituì la pietra angolare per lo sviluppo delle premesse individualistiche della società otto e novecentesca, attraverso il valore giuridico formale della codificazione. Determinando per tale via una radicale trasformazione del sistema delle fonti normative tramite – per esempio – il riconoscimento dei pieni diritti della proprietà e della libertà di lavoro, di contrattazione e di commercio. Anche nell’ambito finanziario, il sistema napoleonico introdusse metodo e rigore, laddove spesso era regnato caos e sperimentazione d’emergenza.

Una particolare attenzione ebbe specificamente Milano, che in quel tempo storico di riorganizzazione politica e artistica e letteraria ebbe un ruolo fondamentale. In una stagione di grande prosperità, la città fu fortemente rimodellata nei suoi monumenti, nei suoi spazi verdi e nelle infrastrutture urbane, a partire dall’Accademia di Brera, cui venne annessa una Pinacoteca. A cominciare dalle residenze reali furono gli artisti e le maestranze uscite dall’Accademia a essere coinvolti a Milano nell’ondata di lavori e di cantieri che ne seguì, primo fra tutti quello riguardante la realizzazione della facciata del Duomo. Altri artisti italiani, come Appiani nella pittura e Canova nella scultura – ma non soltanto loro – si avvalsero ampiamente di questa “politica delle arti”, ascrivibile all’arte di governo propria di Napoleone