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Dall’Arco della Pace alla nuova Ca’ Granda. Gli anni di «vera gloria» sotto la Madonnina

La storia è nota: il 15 maggio 1796 il giovane generale corso Napoleone Bonaparte, «profilo magro e scavato, sguardo freddo negli occhi grigio-azzurro, capelli lunghi sulle spalle e volto sulfureo», il suo ingresso trionfale in una Milano appena strappata agli austriaci. Nove anni più tardi, sempre in maggio (il 26), tra le navate di un Duomo gremito, al culmine di una solenne cerimonia di oltre tre ore, risuona la lapidaria frase: «Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!», pronunciata cingendo la celebre Corona ferrea. Così Milano assurgeva al ruolo di capitale del Regno d’Italia napoleonico. Meno univoco, a due secoli esatti dalla scomparsa dell’«uom fatale», avvenuta come si sa il 5 maggio 1821 (mese ricorrente in una vita di «polvere» e «altar»), è tracciare un bilancio del ventennio francese a Milano: terra di conquista, vessazioni, gabelle e ruberie giacobine o laboratorio – a tratti utopistico – di una moderna capitale europea? Agli storici l’ardua risposta, ma forse, a conti fatti, ne è valsa la pena. É fuor di dubbio che l’uomo più importante di Francia amasse questa città, che vedeva come avamposto italiano nel nuovo secolo, come dimostra il successo che vi riscossero le idee illuministiche. In netta contrapposizione con una Roma in cui non mise mai piede. Scelse Palazzo Reale, opportunamente riarredato, come residenza per la «Signora Madre», le sorelle Elisa e Paolina, la moglie Giuseppina e Eugenio Beauharnais, in seguito viceré a Villa Palestro. A un certo punto accarezzò perfino l’idea di fare di Milano, insieme a Parigi e Francoforte, uno dei tre capoluoghi della nuova Europa. I progetti urbanistici furono di ampio respiro, molti affidati alla neonata «Commissione di Pubblico Ornato». Il trionfale Arco della Pace, pensato in stile neoclassico da Luigi Cagnola nel 1807, fu posto al capo della strada del Sempione verso la Francia. Negli stessi anni venne realizzato l’Anfiteatro (Arena Civica), per colmare un’area già occupata da costruzioni spagnole, e vide la luce la grandiosa ideazione del Foro Buonaparte, che nelle intenzioni di Giovanni Antonio Antolini doveva diventare il cuore di un’ideale città moderna a cavallo tra il Secolo dei Lumi e il nascente spirito romantico. Presupposto era la rivisitazione in chiave  neoclassica del Castello, intorno al quale collocare edifici come dogana, terme, teatro, museo, pantheon, Borsa e spazi per le assemblee del popolo, oltre a botteghe e magazzini. Un colonnato e un canale navigabile avrebbero dovuto collegare la zona ai Navigli. La prima pietra dell’imponente «masterplan», poi destinato a un drastico ridimensionamento, risale all’estate 1801. Importanti gli interventi a Brera, «piccolo Louvre» nobilitato fino a farne uno dei principali musei d’Italia. Senza dimenticare gli archi di Porta Marengo (Ticinese) e Porta Nuova, l’ampliamento della Ca’ Granda, palazzo Saporiti in corso Venezia e l’apertura all’intera cittadinanza del teatro alla Scala, sottratto al monopolio aristocratico. Profondi mutamenti sociali, economici e culturali di cui Napoleone seppe farsi interprete: Milano iniziò ad essere città di uffici, negozi di alta moda (di ispirazione parigina), librerie (per gli scaffali dei salotti-bene), editori musicali (nel 1808 nascono Conservatorio e Ricordi). Anche i platani, qui, parlano francese: li adorava e ne volle a migliaia in viali, giardini e piazze come riparo dall’afa cittadina. Contribuendo a fare di Milano una delle città più verdi d’Italia e  d’Europa.

Articolo di Simone Finotti pubblicato su Il Giornale, mercoledì 5 maggio 2021